L'occupazione femminile in Italia è tra le più basse in Europa

L'Italia resta indietro rispetto al resto dell'Europa per quanto riguarda la partecipazione femminile al mercato del lavoro. È quanto emerge dai dati dell'Osservatorio sull'Imprenditoria Femminile curato dall'Ufficio Studi di Confartigianato, presentato alla Convention Donne Impresa di Roma. Nel nostro paese, infatti, il tasso di inattività delle donne è pari al 48,5% a fronte di una media europea del 35,1%. Siamo davanti solo a Malta, il cui dato si attesta al 55,9%. Per contro, l'Italia guida però la classifica del Vecchio Continente per numero di donne imprenditrici o lavoratrici autonome, che sono in totale ben 565.400 (di cui 367.895 artigiane), il 16,4% delle donne occupate, rispetto alla media europea del 10,3%.
Sono ancora molto, troppo significative le differenze regionali: nel Sud Italia, infatti, la media delle donne che lavorano è di una su quattro, con variazioni del tasso di occupazione femminile che vanno dal minimo del 20,4% in Campania (percentuale simile a quella di paesi come il Pakistan, il Libano, lo Yemen e la Mauritania) al 23,3% in Calabria, passando per il 22,1% della Sicilia e il 22,7% della Puglia. Per quanto riguarda le province, l'ultima in classifica risulta essere Napoli, con un tasso d'inattività femminile del 72%, seguita da Caserta (70,7%) e Foggia (70,4%). Nel Nord invece è la Provincia Autonoma di Bolzano a detenere la palma di territorio con il tasso di occupazione femminile maggiore, con il 63%, mentre le regioni che spiccano per il coinvolgimento delle donne nel mercato del lavoro sono l'Emilia Romagna (60,9%) e la Valle d'Aosta (60,8%). Particolarmente positivi per l'occupazione femminile anche i dati delle province di Ravenna, Bologna e Ferrara, che presentano un tasso di inattività per le donne rispettivamente del 30,8%, 32,1% e 33,1%.
La responsabilità maggiore di questa situazione è da attribuire alla scarsità di servizi di welfare che favoriscano la conciliazione tra lavoro e cura della famiglia, come invece avviene in molti altri paesi europei, come ad esempio la Francia che ha politiche molto avanzate in questo senso, sia in termini di sostegno economico che di strutture e servizi alla persona. L'Italia è infatti in coda alle classifiche in Europa anche per quello che riguarda l'investimento in questo tipo di politiche e ciò è assolutamente paradossale in un paese in cui tutti i politici fanno a gara per dichiararsi strenui sostenitori della famiglia. Purtroppo da noi il pensiero guida delle decisioni pubbliche è sempre stato che il primo fornitore di servizi alla persona debba essere proprio la famiglia e lo stato ha sempre fatto ricadere il più possibile su di essa il peso della mancanza di politiche sociali adeguate, in particolar modo per quel che riguarda la cura dei bambini e degli anziani. A farne le spese, per motivi sia culturali che sociali, sono state in larga misura proprio le donne.
Secondo i dati di Confartigianato, la spesa pubblica in Italia per la famiglia nel 2011 è stata di 20,7 miliardi di euro, il 4,6% dell'investimento totale in protezione sociale (449,9 miliardi di euro) ed è la componente del welfare che è cresciuta meno nel periodo 2007-2011, con un +6,9% (1,3 miliardi), pari alla metà dell'aumento complessivo della spesa sociale.

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